In diciassette anni la produzione di aggregati riciclati del Gruppo Seipa è cresciuta di oltre dieci volte. Ma il nuovo fronte industriale è qualitativo: 60 mila tonnellate, il 18% del totale, sono destinate alle applicazioni a maggiore valore aggiunto. «Non basta recuperare materia, bisogna creare un mercato capace di sostituire le risorse vergini».
L’economia circolare dell’edilizia entra nella sua seconda fase. Dopo avere costruito impianti, tecnologie e capacità di recupero, la nuova sfida è trasformare quantità crescenti di rifiuti da costruzione e demolizione in prodotti industriali capaci di competere stabilmente con le materie prime naturali.
A raccontare questo passaggio sono i numeri della filiera del Gruppo Seipa. Nel 2025 la produzione di aggregati inerti riciclati (AIR) ha superato le 320 mila tonnellate, contro circa 30 mila nel 2008: in diciassette anni è quindi aumentata di oltre dieci volte. Nello stesso esercizio il tasso di reimpiego degli aggregati riciclati prodotti ha raggiunto il 100%.
Ma dietro questi numeri ce n’è un altro, meno appariscente e forse più importante per comprendere quale sarà la prossima trasformazione industriale del settore: circa 60 mila tonnellate, pari al 18% degli AIR prodotti nel 2025, sono state destinate ad applicazioni a maggiore valore aggiunto, tra cui conglomerati bituminosi, premiscelati e miscele per applicazioni tecniche.
È qui che, secondo il Gruppo Seipa, si sposta oggi la frontiera dell’economia circolare delle costruzioni: dal recupero del rifiuto alla sostituzione effettiva della materia prima.
«Aumentare le percentuali di recupero è fondamentale, ma non è più sufficiente per misurare la maturità di una filiera circolare. Il passaggio industrialmente decisivo avviene quando il materiale recuperato acquisisce caratteristiche tecniche, continuità produttiva e domanda sufficienti per diventare una vera alternativa alla materia prima naturale» osservano gli specialisti del Gruppo Seipa.
Dai rifiuti a un mercato industriale
La dimensione raggiunta dal gruppo consente di leggere il fenomeno su una scala ormai industriale. Nel 2025 Seipa ha gestito complessivamente oltre 1,2 milioni di tonnellate di materiali tra ingressi e uscite dai propri insediamenti produttivi.
Circa il 60% dei volumi complessivamente trattati è riconducibile agli aggregati inerti riciclati, considerando i materiali avviati al recupero e quelli successivamente reintrodotti nel mercato. Sul versante delle uscite, il 75% dei materiali è ormai di natura riciclata.
La fotografia diventa ancora più significativa se osservata su un periodo più lungo. Tra il 2020 e il 2025 il Gruppo Seipa ha registrato un tasso medio di reimpiego degli AIR del 77%. Nel 2025 il rapporto ha raggiunto nuovamente il 100%, risultato già registrato nel 2013, nel 2017 e nel 2020, ma questa volta su una dimensione produttiva molto superiore.
Il dato racconta quindi due trasformazioni contemporanee: cresce la quantità di rifiuti da costruzione e demolizione che torna nel sistema economico e aumenta la capacità industriale necessaria per trasformarli in prodotti commercializzabili.
Il vero salto: da aggregato riciclato a prodotto ad alte prestazioni
È proprio sulle 60 mila tonnellate destinate alle applicazioni a maggiore valore aggiunto che si concentra ora l’attenzione.
La questione non è soltanto ambientale. Un materiale recuperato destinato a riempimenti o impieghi relativamente semplici evita comunque il conferimento a smaltimento e il consumo di nuove risorse naturali. Ma quando la materia seconda entra nella produzione di conglomerati, premiscelati o altre applicazioni tecnicamente più evolute, cambia anche il suo ruolo economico: non è più soltanto un materiale recuperato, diventa un input industriale.
Ed è questo il passaggio che può modificare progressivamente anche l’economia delle attività estrattive.
Nel modello produttivo del Gruppo Seipa, infatti, il peso delle risorse minerarie vergini è diventato progressivamente marginale rispetto alla crescita dei flussi circolari. Una trasformazione particolarmente significativa per un gruppo nato nel 1968 proprio intorno all’estrazione e alla commercializzazione di pozzolana e tufo.
«La questione centrale dei prossimi anni sarà quanta materia prima naturale riusciremo realmente a sostituire, non soltanto quanta materia saremo capaci di recuperare. È su questo rapporto che si misurerà il valore industriale dell’economia circolare» sottolineano gli specialisti di Seipa.
Una “miniera” da oltre 90 milioni di tonnellate
Il tema assume una dimensione nazionale se confrontato con la quantità di materiali generata ogni anno dai cantieri italiani. Secondo il Rapporto Rifiuti Speciali 2026 di ISPRA, nel 2024 le attività di costruzione e demolizione hanno prodotto 90,4 milioni di tonnellate di rifiuti, pari al 52,5% dell’intera produzione nazionale di rifiuti speciali. Il tasso di riciclaggio dei rifiuti C&D si è attestato all’82,4%.
È una massa di materia che rende il settore delle costruzioni uno dei principali laboratori dell’economia circolare italiana. Ma l’elevata capacità di recupero non coincide automaticamente con un mercato altrettanto sviluppato per gli aggregati riciclati.
Ed è proprio questa distanza tra recuperare e sostituire che apre una nuova partita economica.
Perché un aggregato riciclato possa sostituire stabilmente un materiale naturale servono caratteristiche tecniche adeguate, processi industriali controllati, certificazioni, progettazione compatibile e soprattutto una domanda capace di assorbire con continuità la produzione.
Il cantiere diventa anche una fonte di materie prime
Il cambiamento modifica persino il rapporto tradizionale tra industria e territorio. Per decenni il modello degli inerti ha seguito una direzione sostanzialmente lineare: estrazione della materia naturale, trasformazione, trasporto e utilizzo nel cantiere.
La circolarità introduce un secondo flusso. Il cantiere non è più soltanto il punto finale nel quale vengono consumate le materie prime: attraverso demolizioni, riqualificazioni e trasformazioni urbane diventa anche uno dei luoghi dai quali la materia può ripartire.
I materiali vengono selezionati, trattati, qualificati e, quando possiedono i requisiti necessari, trasformati in aggregati che possono rientrare nel sistema produttivo.
Per il Gruppo Seipa è questo il cambiamento che spiega meglio l’evoluzione registrata dal 2008 al 2025: da circa 30 mila a oltre 320 mila tonnellate di AIR prodotte ogni anno, mentre la componente riciclata ha progressivamente assunto un ruolo centrale nell’intera attività industriale.
La prossima sfida vale più delle percentuali di riciclo
Il nodo, dunque, non è più soltanto raggiungere elevate percentuali di recupero. È creare condizioni economiche e industriali affinché quantità sempre maggiori di materia recuperata possano trovare una destinazione produttiva stabile, soprattutto negli impieghi a maggiore valore aggiunto.
Il dato delle 60 mila tonnellate diventa, da questo punto di vista, contemporaneamente un risultato e l’indicazione di quanto spazio resti ancora da conquistare.
«L’economia circolare raggiunge la maturità quando il mercato smette di distinguere un materiale soltanto per la sua origine e comincia a valutarlo per prestazioni, qualità e capacità di rispondere alle esigenze del progetto» osservano gli specialisti del Gruppo Seipa.
È qui che la trasformazione ambientale incontra quella economica. Recuperare evita di perdere materia; reimpiegarla crea circolarità; riuscire a trasformarla in un prodotto industriale competitivo crea mercato. Ed è probabilmente su quest’ultimo passaggio che si giocherà la prossima fase dell’economia circolare nelle costruzioni italiane.
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